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Ivrea Romana


Una breve escursione nel centro storico permette di scoprire, conoscere e vedere il passato storico della città, spesso celato o ridotto a esigua traccia. E’ attraverso la lettura dei segni, dei reperti e dei documenti che è stato possibile definire un percorso nella città per ricostruire qualche scorcio di Eporedia, l’Ivrea romana. Le testimonianze giunte fino a noi della presenza romana, dalla conquista alla fondazione e alla colonizzazione, ci aiutano a riportare alla luce questo momento tanto importante nella storia della città, che ha impresso al suo assetto e al suo sviluppo futuro caratteristiche ancora oggi ben identificabili.

Gli edifici e le opere architettoniche pubbliche e private che costituivano l’Ivrea romana sono andate quasi del tutto distrutte nel corso dei secoli per lasciare posto a palazzi, o a diverse strutture adatte alle varie esigenze delle nuove generazioni. Ne restano tuttavia alcune tracce molto importanti che ci permettono di ricostruire quella che poteva essere Eporedia. Il percorso può avere inizio proprio da una delle più simboliche costruzioni: l’anfiteatro.

L’Anfiteatro di Ivrea è stato costruito intorno alla metà del I secolo d.C., fuori dalle mura, lungo la via per Vercelli. Si presume che potesse ospitare da dieci a quindicimila spettatori. Di questo antico monumento, che si estende per una lunghezza di circa 65 metri, rimangono le fondazioni dei muri, in particolare del muro perimetrale ellittico esterno e dei muri laterali di sostituzione (termine dell’archeologia che indica una struttura in tutto o in parte sotterranea per sostenere un edificio sovrastante). Si possono inoltre ancora individuare alcuni cunicoli sotterranei dove venivano tenuti gli animali da combattimento.
L’anfiteatro eporediese è stato portato alla luce all’inizio del 1955 e, durante i lavori di scavo, sono stati rinvenuti molti frammenti di affreschi ed un lungo tratto di rivestimento in bronzo per le spalliere di sedili del podio. Per costruire l’anfiteatro i romani demolirono una villa preesistente, di cui oggi sono visibili alcuni resti archeologici. Qui sono state rinvenute monete, anfore, frammenti di statue e resti di intonaco dipinto.

La strada, che dall’anfiteatro ci conduce all’antica Eporedia, ha mantenuto la direzione della via delle Gallie che collegava direttamente Roma con i territori al di là delle Alpi. Eporedia era quindi un passaggio obbligato e diventò un importante centro commerciale, di conseguenza anche la popolazione aumentò notevolmente. La città perciò si espanse, soprattutto nel periodo imperiale, anche oltre le mura, principalmente nella parte est che era la più adatta a nuovi insediamenti. In tutta la zona compresa tra l’anfiteatro e la Porta Praetoria sorsero nuovi quartieri e ciò è documentato sia da fonti medievali sia da scavi archeologici. Un’area ad uso prevalentemente commerciale è stata scoperta a nord della Porta Praetoria.

L’horreum: dal 1982 al 1986, per la costruzione dell’edificio che ospita la sede della filiale dell’Istituto Bancario San Paolo, nella zona dell’antica Eporedia a nord est del decumano massimo, furono eseguiti degli scavi che hanno portato alla luce interessanti tracce di Ivrea romana. Sono emersi tre diversi livelli di edifici che risalgono all’età romana dal I secolo a.C. all’età flavia (seconda metà del I secolo d.C.) Sono stati trovati molti reperti, quali materiali ceramici e laterizi e le fondazioni di un edificio con ogni probabilità adibito ad horreum, ossia a magazzino o granaio. Sono stati rinvenuti anche reperti del periodo augusteo e del primo impero; infine sono state individuate tracce di un decumano parallelo a quello principale. Istituto San Paolo – Porta Vercelli

La Porta Pretoria sorgeva probabilmente all’ingresso dell’attuale Via Palestro, di essa però non sono state mai trovate tracce. E’ invece certo che la via segue il tracciato del Decumanus Maximum. Infatti in diverse occasioni di lavoro di ripristino è stato individuato l’antico lastricato romano del decumano e si è potuto stabilire che era largo poco più di cinque metri. Al Decumanus Maximus confluivano molti cardines minores. Ancora oggi Via Palestro e Via Arduino costituiscono l’asse viario principale al quale affluiscono numerose vie secondarie. Giunti all’altezza di Piazza di Città imbocchiamo via della Cattedrale che ai tempi dei romani non esisteva perché la zona era occupata dal teatro.

Il teatro: al culmine della salita di via Cattedrale è possibile osservare lo sperone in cotto che testimonia la presenza, in questa zona, del Teatro Romano. Esso sorgeva proprio al centro della città a poca distanza dall’incrocio tra il decumanus e il cardo maximi e fu edificato probabilmente nel I secolo d.C.
Il teatro di Eporedia è venuto alla luce all’inizio del 1800 durante alcuni scavi di ristrutturazione ed è stato quindi possibile conoscerne la precisa collocazione e dimensioni. Con il passare del tempo il teatro è stato in gran parte demolito e la zona su cui esso sorgeva fu ricoperta per permettere la costruzione di case nelle cui cantine è ancora possibile vedere lastroni di pietra appartenuti alle gradinate del teatro. Le vie adiacenti alle case sono state costruite sui ruderi del teatro ed hanno mantenuto un andamento curvilineo

Nella zona alta della città i Romani edificarono probabilmente i loro principali edifici pubblici: il foro e il tempio. Non sono state trovate tracce sicure del foro e quindi la sua collocazione è molto incerta. Invece è probabile che il tempio sorgesse nello stesso luogo dell’attuale cattedrale. Infatti quando il cristianesimo diventò la religione ufficiale dei romani era consuetudine trasformare il tempio pagano in un luogo di culto cristiano. La conferma a questa ipotesi è data anche da ritrovamenti di lapidi ed iscrizioni romane con dediche agli dei. Si ritiene inoltre che le colonnine marmoree incorporate nell’attuale deambulatorio del duomo appartenessero all’antico tempio pagano e che siano state utilizzate per la costruzione dell’abside della primitiva cattedrale. Nel Duomo è attualmente collocato uno dei principali reperti romani ritrovati ad Ivrea.


Il sarcofago di Caio Atecio Valerio: il questore Caio Atecio Valerio probabilmente ricevette l’onore di essere sepolto in città, cosa proibita dalle leggi romane, per meriti che l’intera comunità gli riconosceva. Il sarcofago è in marmo, ha forma rettangolare e misura m 2,25 in lunghezza e m1,65 in altezza, compreso il coperchio. Su uno dei lati lunghi, tra due eleganti colonne, troviamo un’iscrizione che possiamo tradurre così: Agli Dei Mani di Caio Atecio Valerio, figlio di Caio, questore, edile, duumviro giudice delle cinque decurie, i figli e i nipoti suoi eredi fecero avendo ottenuto il permesso con decreto dei decurioni”.
E’ una dedica che ci comunica notizie essenziali sulle cariche ricoperte in vita da Caio Atecio Valerio. Il permesso concesso dai decurioni, che nella città equivalevano ai senatori di Roma, le conferisce ufficialità. In due piccole nicchie sono racchiuse due figure umane in piedi: esse indossano la toga, tengono nella mano destra il rotolo e hanno, vicino ai piedi, uno scrigno. Sul coperchio, all’estremità, ci sono due teste, una femminile e una maschile, coperte dalla toga alzata. Da notare la presenza dell’aquila romana sui frontoni. Il sarcofago romano, databile alla seconda metà del I secolo d.C., è giunto fino a noi perché dalla fine del X secolo al 1796 fu collocato nella cripta del Duomo per conservarne le spoglie del martire San Besso di cui si potevano vedere le reliquie attraverso una finestrella aperta sul lato dell’iscrizione. Nel 1796 le reliquie del santo furono trasferite all’interno della cattedrale; l’apertura fu chiusa con una lastra di marmo, ancora individuabile, e il sarcofago trasferito nell’atrio della Chiesa. Se non fosse stato utilizzato in epoca cristiana, probabilmente anche questo reperto sarebbe andato perduto.

Duomo: piazza Castello. Lasciamo piazza Castello e scendiamo lungo via IV Martiri considerata il Cardine Massimo di Eporedia. L’ipotesi può essere ritenuta valida ricordando che la zona a nord-est era occupata dal Lago di Città che avrebbe ovviamente impedito la costruzione di una strada verso i valichi alpini. Invece via IV Martiri già nel Medioevo terminava con una porta che si apriva verso la strada per Aosta. Si può pensare che essa, ai tempi di Eporedia, corrispondesse alla Porta Sinistra. Il Cardine, dopo l’incrocio con il Decumano, proseguiva verso la Dora attraverso quello che oggi è ormai un vicolo chiuso, ma che era ancora efficiente nel periodo medioevale. Al culmine della salita di Via Arduino, l’antico decumano massimo, c’era la Porta Decumana che si apriva verso i territori sud-ovest della colonia romana, situati al di là della Dora che veniva superata per mezzo di ponti.

Isolati urbani: nel 1982 durante alcuni lavori di scavo sono emerse, in particolare nell’area centrale dei giardini pubblici, le strutture di due isolati urbani. Uno di questi era probabilmente adibito a laboratorio per la lavorazione dei metalli. Inoltre sono stati rinvenuti frammenti di ceramiche diverse che sono databili al I sec. a.C e al I sec. d.C.

Attraversiamo i giardini pubblici e raggiungiamo l’Hotel La Serra dove ci sono alcuni interessanti reperti.

L’area archeologica hotel “La Serra”: durante i lavori di costruzione dell’Hotel “La Serra” (ora chiuso), degli anni 1969-70 nei giardini pubblici sono affiorati alcuni resti della città romana: un tratto di strada, le fondazioni delle case che le fiancheggiavano, un tratto di fognatura. I resti possono essere datati al I secolo d.C. Il tratto di strada ritrovato costituiva uno dei cardines minores; sotto di esso era stata sistemata la fognatura principale alla quale si collegavano gli scarichi provenienti dalle abitazioni situate ai bordi della strada. Uno di questi collegamenti è ancora nelle stesse condizioni nelle quali era originariamente. Un cunicolo delimitato da spesse mura era pavimentato con mattoni recuperati da preesistenti costruzioni.

Ben conservata è una vasta quadrilobata di cui è difficile una datazione. Essa si trova in una zona a parte così come i resti di un grande ambiente rettangolare con esedra (in generale semicerchio con colonne). I resti sono ancora visibili grazie ad un breve percorso archeologico attrezzato.

 

 (fonti: Sulle tracce di Eporedia, Su e giù nel Medioevo, Nella Vecchia Ivrea, Il Castello, pubblicazioni edite in collaborazione con Comune di Ivrea, Italia Nostra, APT Canavese)