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Il sarcofago di Caio Atecio Valerio

 il questore Caio Atecio Valerio probabilmente ricevette l’onore di essere sepolto in città, cosa proibita dalle leggi romane, per meriti che l’intera comunità gli riconosceva. Il sarcofago è in marmo, ha forma rettangolare e misura  m 2,25 in lunghezza e m1,65 in altezza, compreso il coperchio. Su uno dei lati lunghi, tra due eleganti colonne, troviamo un’iscrizione che possiamo tradurre così: Agli Dei Mani di Caio Atecio Valerio, figlio di Caio, questore, edile, duumviro giudice delle cinque decurie, i figli e i nipoti suoi eredi fecero avendo ottenuto il permesso con decreto dei decurioni”.

E’ una dedica che ci comunica notizie essenziali sulle cariche ricoperte in vita da Caio Atecio Valerio. Il permesso concesso dai decurioni, che nella città equivalevano ai senatori di Roma, le conferisce ufficialità. In due piccole nicchie sono racchiuse due figure umane in piedi: esse indossano la toga, tengono nella mano destra il rotolo e hanno, vicino ai piedi, uno scrigno. Sul coperchio, all’estremità, ci sono due teste, una femminile e una maschile, coperte dalla toga alzata. Da notare la presenza dell’aquila romana sui frontoni. Il sarcofago romano, databile alla seconda metà del I secolo d.C., è giunto fino a noi perché dalla fine del X secolo al 1796 fu collocato nella cripta del Duomo per conservarne le spoglie del martire San Besso di cui si potevano vedere le reliquie attraverso una finestrella aperta sul lato dell’iscrizione. Nel 1796 le reliquie del santo furono trasferite all’interno della cattedrale; l’apertura fu chiusa con una lastra di marmo, ancora individuabile, e il sarcofago trasferito nell’atrio della Chiesa. Se non fosse stato utilizzato in epoca cristiana, probabilmente anche questo reperto sarebbe andato perduto.

 
 
 
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